Nel mondo iperconnesso della lettura digitale e dell’informazione istantanea, ci si potrebbe chiedere perché si sottolineano ancora i libri. Quel semplice tratto a matita resiste ancora come un gesto antico ma pur sempre attuale, carico di significati profondi. Non è solo un’abitudine scolastica o un modo per memorizzare, ma una forma di relazione viva tra il lettore e la pagina. Sottolineare significa fermarsi, scegliere, dare valore. È un atto intimo e selettivo che incide il testo, ma soprattutto che lascia un segno nella mente di chi s’immerge nella storia raccontata dal libro.

Un dialogo con il testo

L’azione di sottolineare corrisponde ad un vero e proprio atto dialogico, un modo concreto per dire: “Qui ero io”. Quando il lettore si ferma, sottolinea o torna indietro sta conversando con l’autore del testo. Quel segno deciso racconta un’attenzione, una presa di posizione. Non si segna ciò che è banale, ma ciò che resiste al pensiero, ciò che suscita un’emozione o una riflessione. In questo senso, il confine tra lettore e libro si assottiglia. È una forma di compromesso tra la parola dell’autore ed il sogno del lettore, un modo per abitare internamente il testo.

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Lasciare una traccia ed esprimere la propria identità

Ogni parola sottolineata è anche una traccia che chi legge lascia su se stesso. Anni dopo, osservando nuovamente quelle linee sottili, è possibile ritrovare lo sguardo che un tempo è ricaduto lì, pagina dopo pagina. È come leggere una vecchia foto, dove è impresso il proprio io di un tempo. Si sottolinea per ricordare, ma anche per ritrovarsi, per avere un confronto con chi eravamo. Quel segno, seppur minimo, si eleva a testimone del proprio tempo interiore.

Il paradosso dell’“imperfezione perfetta”

Dentro il gesto della sottolineatura c’è un paradosso che coinvolge i concetti di “segno” e “perfezione”. Da un lato si vuole che il tratto sia netto, elegante, quasi invisibile; dall’altro, è proprio attraverso l’irregolarità e la pressione incostante che si rivela l’anima del lettore. Le linee diseguali, i margini annotati e quelle sottili deviazioni sono come tracce fossili del tutto autentiche e profondamente personali. A chi ama la pagina “immacolata”, il libro sottolineato può sembrare un sacrilegio. Eppure, quell’“imperfezione” è la testimonianza più sincera dell’incontro. Il libro è materia viva nel momento in cui riceve una traccia, diventando parte di un dare/ricevere.

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Dalla pagina privata al palcoscenico pubblico

Un tempo, sottolineare era un gesto solitario. Oggi, invece, quel tratto rischia di diventare performativo. Nei nostri dispositivi digitali, ogni evidenziazione può essere condivisa, commentata, postata. Il confine privato si dissolve e la sottolineatura diventa “content”, elemento d’identità nel mondo dei simboli sociali. Il lettore contemporaneo, spesso, sottolinea pensando a chi verrà dopo, ad una community di sguardi. Ecco che allora l’atto privato si trasforma in un monito che dice: “Guarda questo passo, leggi con me”. Al contempo, però, si sfilaccia quel senso d’intimità originario. Infatti, quando questo gesto è aperto al giudizio altrui, diventa egli stesso una battaglia di significati.

Ribellione all’oblio e all’algoritmo

Alcuni lettori spingono la sottolineatura verso un atto di resistenza contro l’oblio, dove ogni parola evidenziata è un’ancora che impedisce al tempo di cancellare. Può essere definita a tutti gli effetti come una rivolta contro la dimenticanza. Tuttavia, nell’orizzonte digitale s’innesta un’altra forma di potere, che prende il nome di “algoritmo”. Le piattaforme raccolgono le parole sottolineate dagli utenti, le trasformano in metriche ed indicano “i passi più memorabili” per gli utenti futuri. Il gesto privato diventa, quindi, la materia prima per un sistema che vende libri e orienta gusti e desideri.

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Un segno che dà forma ad un legame

Le risposte alla domanda “perché, ancora oggi, si sottolineano i libri?” sono numerose, tante quanti sono i lettori, le stagioni della vita e gli stati d’animo che vi corrispondono. Sottolineiamo per ricordare, per riflettere, per stabilire un legame con ciò che leggiamo. A volte è un modo per trattenere un’idea che ci ha colpito, altre volte è un gesto d’affetto, quasi un abbraccio simbolico al testo. Oggi, nel periodo storico dell’innovazione tecnologica, quell’azione sembra perdere consistenza, ma non significato. Anche sullo schermo, la sottolineatura sopravvive come forma di resistenza e di presenza. Il libro va oltre l’essere concepito come un semplice oggetto da consumare, ma può essere anche un luogo da vivere e da sentire profondamente sulla propria pelle. Finché lo sottolineeremo, continuerà ad esistere dentro di noi.

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